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Come si misura un terremoto da 700 chilometri

Il 10 agosto la terra si è mossa in Colombia. Poche ore dopo l’Unione europea ha acceso i suoi satelliti. Non per vedere le macerie dall’alto, che è la parte facile, ma per misurare una cosa che da terra nessuno può misurare: di quanto si è spostato il suolo, centimetro per centimetro, su decine di chilometri.

Pubblicato l’11 agosto 2026 · lettura 8 minuti

Il punto, in breve

Due terremoti in cinquanta giorni

Il 10 agosto 2026, alle 7:34 del mattino, una scossa di magnitudo 7,4 ha colpito il dipartimento colombiano del Chocó, con epicentro vicino a San José del Palmar. Il Servizio Geologico colombiano l’ha definita la più forte sentita nel paese dal 1979. Il bilancio parla di oltre 130 morti e più di 570 feriti, con 86 edifici crollati e sessanta vittime concentrate a Pereira. I dispersi segnalati superano i duemilasettecento.

Cinquanta giorni prima, il 24 giugno, il Venezuela aveva vissuto qualcosa di ancora peggiore e piuttosto raro: due terremoti separati da trentanove secondi. Il primo di magnitudo 7,2 vicino a San Felipe, il secondo di magnitudo 7,5 poco a ovest di Catia La Mar. All’inizio di agosto le autorità contavano oltre seimila morti e più di sedicimila feriti. È stato il sisma più forte in Venezuela dal 1900.

In entrambi i casi la stessa domanda si è ripetuta nelle prime ore: quanto è grave, e dove esattamente. È una domanda più difficile di quanto sembri, perché le zone colpite sono spesso quelle in cui le strade sono interrotte, la corrente manca e i telefoni non funzionano. Chi deve decidere dove mandare i soccorsi sta decidendo al buio.

Per questo, il giorno stesso della scossa colombiana, la Commissione europea ha attivato Copernicus Emergency Management Service, il servizio satellitare di emergenza dell’Unione: attivazione numero EMSR916. È un meccanismo che qualunque paese può chiedere, anche fuori dall’Europa, e che produce mappe dei danni a partire dalle immagini dall’orbita.

Il prima e il dopo: due modi diversi di guardare

Quando si dice che i satelliti guardano un terremoto si mettono insieme due cose che non c’entrano niente l’una con l’altra.

La fotografia

Il primo modo è quello che immagina chiunque: si scatta una foto della zona prima e una dopo, e si guarda cosa è cambiato. Con i satelliti ottici, come i Sentinel-2 europei, si arriva a dieci metri per pixel: abbastanza per vedere un ponte che non c’è più, una frana che ha sepolto una strada, un quartiere che è diventato un’altra cosa.

Ha però due limiti seri, ed è importante conoscerli perché spiegano perché a volte le immagini tardano. Il primo è che serve la luce del giorno. Il secondo è che servono cieli sgombri: una coltre di nuvole rende la foto inutile, e nelle zone tropicali le nuvole ci sono quasi sempre. Il Chocó colombiano è una delle regioni più piovose del pianeta.

La misura

Il secondo modo non produce una fotografia e non assomiglia a niente di familiare. I satelliti radar, come i Sentinel-1, non raccolgono la luce del Sole: mandano loro un impulso verso il suolo e ascoltano l’eco che torna indietro. Funziona di notte, funziona sotto le nuvole, funziona sempre.

E soprattutto misura, invece di mostrare.

Come si misurano due centimetri da 700 chilometri

Qui c’è il pezzo che sembra impossibile e invece è solo pignoleria applicata bene.

Il radar del satellite emette un’onda con una lunghezza precisa, poco più di cinque centimetri e mezzo. Quell’onda scende, rimbalza sul terreno e torna su. Il satellite non registra solo quanto segnale è tornato, ma anche in che punto esatto della sua oscillazione si trovava l’onda quando è rientrata. È come conoscere non solo che l’altalena è tornata, ma anche a che punto della sua corsa.

Ora immagina di ripetere la stessa misura settimane dopo, dallo stesso punto dell’orbita. Se il terreno non si è mosso, l’onda torna nella stessa identica condizione. Se invece il suolo si è alzato o abbassato anche di un paio di centimetri, il viaggio dell’onda si è accorciato o allungato, e quella differenza si legge.

Confrontando le due misure su tutta la zona si ottiene una mappa che, colorata, mostra una serie di anelli concentrici. Ogni anello corrisponde a una quantità fissa di spostamento, poco meno di tre centimetri. Contare gli anelli significa misurare di quanto si è mosso il terreno, punto per punto, su un’area grande come una regione. La tecnica si chiama interferometria, e le mappe che produce sono quelle immagini a fasce colorate che ogni tanto si vedono dopo un terremoto forte.

PRIMA DOPO satellite suolo fermo suolo alzato + 18 cm L’onda radar impiega un tempo leggermente diverso a tornare indietro: da quella differenza si ricava lo spostamento.
Il satellite non fotografa lo spostamento: lo deduce dal viaggio dell’onda. Lo schema è semplificato, la misura reale confronta milioni di punti insieme.

Perché la risposta arriva dopo

C’è un equivoco diffuso, alimentato dai film: che ci sia un satellite pronto a puntare la zona colpita appena serve. Non è così.

I satelliti di osservazione della Terra corrono su orbite fisse e passano sopra un punto solo quando la loro traiettoria ce li porta. Ogni Sentinel-1 rivede lo stesso posto dopo circa dodici giorni, e con più satelliti in orbita l’attesa si dimezza. Non si può chiedere a un satellite di andare da un’altra parte: costerebbe carburante che non ha, e cambierebbe l’orbita per sempre.

Nelle prime ore, quindi, quello che si usa sono le immagini già disponibili e i satelliti che casualmente passano di lì. La misura precisa degli spostamenti arriva dopo, quando esiste un secondo passaggio da confrontare con il primo. È una scala di tempi diversa da quella dei soccorsi, e serve ad altro: non a trovare le persone sotto le macerie, ma a capire cosa ha fatto la faglia e quali aree hanno subito il movimento maggiore.

Ed è qui che quelle mappe diventano decisive nei mesi successivi, quando si deve decidere dove e come ricostruire.

Quello che i satelliti non sanno fare

Va detto chiaramente, perché dopo ogni terremoto ricompare la stessa illusione: nessun satellite prevede i terremoti. Non è una questione di soldi o di tecnologia da migliorare. È il fenomeno che non lo permette.

Una faglia accumula tensione per decenni o per secoli. Poi cede. Il momento in cui cede dipende da come sono fatte le rocce a dieci o venti chilometri di profondità, in un punto che nessuno ha mai visto e mai vedrà. Dalla superficie si osserva l’accumulo, non la rottura.

Quello che i satelliti sanno fare, e che è comunque prezioso, è misurare quell’accumulo. La stessa tecnica dell’interferometria, applicata su anni invece che su settimane, mostra che due lati di una faglia si stanno spostando di qualche millimetro all’anno. Serve a sapere dove l’energia si sta caricando, e su quali faglie tenere gli occhi. Non a sapere quando si scaricherà.

La stessa misura funziona molto meglio su fenomeni più lenti e continui. Un versante che frana comincia a muoversi impercettibilmente prima di crollare, e lì il preavviso esiste. Un vulcano che si sta caricando di magma si gonfia, e quel rigonfiamento si vede dall’orbita. Sono i casi in cui la sorveglianza dallo spazio salva vite davvero.

Che cosa c’entra lo spazio

C’entra in un modo che raramente viene raccontato: i satelliti che misurano i terremoti sono gli stessi che passano sopra casa tua ogni giorno. Non sono strumenti speciali tirati fuori per le emergenze. Sono la costellazione europea Copernicus, che gira sempre, misura sempre e pubblica tutto gratis.

Il Sentinel-1 che ha misurato lo spostamento del suolo in Colombia è lo stesso che, quando passa sull’Italia, controlla se una collina si sta muovendo, se un ponte si sta abbassando, se una falda svuotandosi sta facendo sprofondare una pianura di qualche millimetro all’anno.

Nella nostra pagina Dal Vivo puoi vedere quando quei satelliti passano sopra il tuo comune, con l’orario e la striscia di terreno che riprendono. Le immagini che ne escono, comprese quelle dei disastri, si scaricano liberamente dal Copernicus Browser: sono pagate con le tasse europee e appartengono a chiunque.

Fonti

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