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Trent'anni e quasi un grado

Nel giugno del 1996 la temperatura media della Terra era 0,25 gradi sopra il riferimento. Nel giugno del 2026 è 1,18. È lo stesso mese, misurato allo stesso modo, a trent'anni di distanza.

Pubblicato l'8 agosto 2026 · lettura 4 minuti

Il punto in tre righe

Due numeri, lo stesso mese

La NASA pubblica ogni mese una tabella con un solo numero: di quanto la temperatura media del pianeta in quel mese è stata più alta, o più bassa, rispetto a com'era in media negli anni fra il 1951 e il 1980.

Quel periodo non ha niente di speciale, è solo il metro scelto per fare i paragoni, come quando si misura la crescita di un bambino segnando le tacche sullo stipite della porta. Il numero pubblicato non è quindi la temperatura della Terra, ma la distanza da quella tacca. È un modo per confrontare mesi lontanissimi fra loro senza farsi ingannare dal fatto che luglio è più caldo di gennaio.

Giugno 1996: +0,25 gradi. Giugno 2026: +1,18. In mezzo ci sono trent'anni, cioè il tempo di una vita lavorativa. La differenza è di novantatré centesimi di grado, quasi un grado tondo.

Vale la pena fermarsi su cosa sia questa media, perché è diversa da quello che immaginiamo di solito. Non è la temperatura di una città né di una stagione: è la media di tutto il pianeta, in ogni momento dell'anno. Dentro ci sono l'Artico e i tropici, la terraferma e la superficie degli oceani, il giorno e la notte, l'inverno e l'estate.

Mettere insieme numeri così diversi produce un valore molto stabile, che normalmente si muove pochissimo. Per spostarlo di un grado bisogna scaldare tutto: anche i mari, che per cambiare temperatura richiedono quantità di calore enormi. Ecco perché quel numero apparentemente piccolo pesa così tanto.

0 +1 °C +0,25 °C giugno 1996 +1,18 °C giugno 2026 +0,93 °C in trent'anni
Scostamento della temperatura media globale rispetto al periodo 1951-1980, nello stesso mese a trent'anni di distanza. Dati NASA GISS, serie GISTEMP v4. Le colonne sono in scala.

La salita, anno per anno

Due sole colonne rischiano di far pensare a un salto netto. La serie completa racconta meglio come è andata: una linea che oscilla parecchio da un anno all'altro e che, guardata da lontano, sale.

0 +0,5 +1,0 2024: +1,28 1980: +0,25 1980 1995 2010 2025
Media annuale dello scostamento della temperatura globale rispetto al periodo 1951-1980, dal 1980 al 2025. I dati sono quelli della serie GISTEMP della NASA, riportati senza alcun ritocco: si notano i saliscendi da un anno all'altro, compreso il calo del 2025 rispetto al 2024.

Perché un grado non è poco

Un grado in più addosso, uscendo di casa, non lo distinguiamo. È per questo che il numero sembra innocuo, e a volte viene usato per dire che si sta esagerando.

Il punto è che quel grado non si spartisce in parti uguali. Sull'Artico l'aumento è molto maggiore, sugli oceani è minore, e non si distribuisce nemmeno in modo uniforme lungo l'anno.

Detto in concreto: non significa che ogni giornata sia un grado più calda di prima. Significa che d'inverno può cambiare pochissimo, mentre d'estate le giornate di caldo forte diventano più numerose e capita più spesso che si susseguano per una settimana o due di fila invece di restare episodi isolati. È esattamente quello che rende faticosa un'ondata di calore: non il singolo pomeriggio, ma il fatto che non arrivi la notte fresca a interrompere la serie.

C'è poi un secondo effetto, che riguarda la pioggia. L'aria calda riesce a contenere più vapore acqueo dell'aria fredda: è lo stesso motivo per cui d'estate l'afa è più pesante. Quel vapore in più prima o poi ricade, e ricade tutto insieme. Ecco perché in un pianeta più caldo non è detto che piova più spesso, ma quando piove tende a venire giù molta più acqua in poche ore.

Lo stesso vale per il mare. Un Mediterraneo più caldo del normale cede più calore e più umidità all'aria che ci passa sopra, e quella è la benzina dei temporali violenti di fine estate. Non sono previsioni: è il meccanismo con cui funziona il tempo atmosferico, oggi come cinquant'anni fa. Quello che è cambiato è quanta energia ha a disposizione.

Quello che il numero non dice

Vale la pena essere precisi anche sul contrario, perché è quello che rende il dato credibile.

Attenzione a confrontarlo con il grado e mezzo di Parigi

Qui si annida l'equivoco più comune. Leggendo +1,18 viene naturale pensare che manchi ancora parecchio alla soglia di un grado e mezzo di cui si discute nei negoziati sul clima. Ma i due numeri partono da basi diverse.

Il valore della NASA è calcolato rispetto al periodo 1951-1980. L'obiettivo dell'Accordo di Parigi è invece riferito all'epoca preindustriale, cioè a prima che il carbone e il petrolio entrassero in circolo, e quel periodo era già più fresco degli anni Cinquanta e Sessanta. Per passare da una scala all'altra, sulla serie della NASA si aggiungono circa 0,19 gradi.

Non è un dettaglio da contabili: cambia la distanza percepita da una soglia di cui si parla continuamente. Vale anche il contrario, e cioè che chi cita numeri diversi non sta necessariamente sbagliando: può stare usando un altro punto di partenza o un altro archivio di misure.

Momento Scala NASA
(rispetto al 1951-1980)
Scala di Parigi
(rispetto al preindustriale)
Giugno 1996 +0,25 °C +0,44 °C
Media dell'anno 2024 +1,28 °C +1,47 °C
Media dell'anno 2025 +1,19 °C +1,38 °C
Giugno 2026 +1,18 °C +1,37 °C
Obiettivo dell'Accordo di Parigi non si usa questa scala +1,50 °C

La colonna di destra si ottiene aggiungendo 0,19 gradi a quella di sinistra. È una conversione approssimata: archivi diversi da quello della NASA arrivano a valori leggermente diversi, e l'obiettivo di Parigi si riferisce a una media su più anni, non a un singolo mese.

Che cosa può succedere, e che cosa no

Fin qui abbiamo parlato solo di misure già prese. Sul futuro serve un'avvertenza in premessa: questo osservatorio non fa proiezioni climatiche, che sono il mestiere di gruppi di ricerca con modelli e verifiche fra pari. Quello che si può dire senza sbilanciarsi riguarda il modo in cui il sistema si comporta.

Il secondo punto merita una spiegazione in più, perché è quello su cui nasce l'obiezione più comune: se smettiamo di inquinare, non dovrebbe tornare tutto come prima?

L'anidride carbonica non si comporta come il fumo di una sigaretta, che si dirada e sparisce. Una parte di quella che emettiamo viene riassorbita in tempi ragionevoli dagli oceani e dalla vegetazione, ma un'altra parte resta lassù per secoli. Ogni anno di emissioni non aggiunge quindi un effetto temporaneo: aggiunge un mattone a un muro che resta in piedi.

Questo cambia il significato di "azzerare le emissioni". Non vuol dire togliere l'anidride carbonica che c'è già, vuol dire smettere di aggiungerne. Ed è la ragione per cui il pianeta non tornerebbe rapidamente ai valori di trent'anni fa nemmeno fermando tutto domani mattina: si fermerebbe la salita, non si tornerebbe al punto di partenza. Per quello servirebbe rimuovere dall'atmosfera quella già emessa, che è una faccenda molto più difficile e molto più cara che non emetterla.

Come facciamo a saperlo

La serie della NASA nasce dall'unione di due mondi: le stazioni meteorologiche a terra, molte delle quali registrano temperature da più di un secolo, e le misure della superficie dei mari, che arrivano da navi, da boe e dagli strumenti a bordo dei satelliti.

È qui che la faccenda tocca da vicino un osservatorio come questo. Senza l'occhio dall'orbita, gli oceani e le zone disabitate resterebbero grandi buchi in una mappa fatta di sole stazioni a terra, e il riscaldamento in aree come l'Artico si potrebbe solo stimare. I programmi di osservazione della Terra, da Copernicus alla costellazione italiana IRIDE, servono anche a questo: non a fare le previsioni del tempo, ma a misurare con continuità un pianeta che nessuno può coprire dal basso.

La differenza fra 0,25 e 1,18 è nata così, un mese alla volta, per trent'anni. Chi ha cominciato a raccogliere quei dati non vedrà mai la serie completa. È il tipo di lavoro che ha senso solo se qualcuno lo continua.

Fonti

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